mercoledì 22 settembre 2010

IL CANCRO BERLUSCONIANO E LEGHISTA

Sono passati due mesi abbondanti dal mio ultimo post. Un silenzio colpevole? A sentire alcuni miei amici, sì. A sentire la mia coscienza, no.
Sono passati due mesi durante i quali non ho perso tempo e ho vissuto momenti magnifici, prima sulle alpi con amici/fratelli, tanti, duecento forse, in una sintonia di rapporti quasi incredibile se pensata fra umani e poi con mia moglie, quindici giorni, in una Sicilia generosa, sorprendente, odorosa di sole e di terra e di cordialità.
Un bagno di serenità, fuori dal letamaio nazional-politico dei Silvio Berlusconi, in questi giorni vergognosamente questuante voti di parlamentari acquistabili in saldo con trenta denari; dei Gianfranco Fini, il perenne ex di qualcosa ma saldamente fascista che gioca una partita apparentemente salva-democrazia ma, effettivamente, salva-scranno, il suo; degli Umberto Bossi, che non fa mistero di tenere nel pugno gli attributi virili del tiranno e di spremerli al bisogno; dei Pierluigi Bersani, silente da sempre e del suo inesistente rivale, Water Veltroni, il nulla contro il nulla, solo per farsi del male, masochismo allo stato puro.
E siamo in attesa dello sproloquio di fine settembre del ducetto nanerottolo, pare l’attesa di un terremoto o dell’apocalisse, l’ansia generale ha superato il livello di guardia: se non raccoglie alla Camera 316 voti oltre a quelli finiani si andrà a nuove elezioni. Tutti in agitazione e tutti con le dita scaramanticamente incrociate ma, vivaddio, se ciò accadesse, sarebbe l’unica buona notizia da vent’anni a questa parte specie se accompagnata finalmente dalle condanne che i tribunali dovrebbero comminargli e, data l’età, da una dipartita naturale da questa valle di lacrime.
Spes contra spem.
Noi non restiamo in attesa: serenamente e fattivamente continuiamo a combattere il cancro berlusconiano e leghista senza abbassare la guardia.


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domenica 11 luglio 2010

CARDINAL BERTONE: UN INVITO A CENA CON DELITTO

Un invito a cena con delitto. Un vecchio film dell’altro secolo, il 1976, diretto dal regista Robert Moore, da non confondersi con l’attore Roger e nemmeno con la magnifica e mitica Demi Moore. È il titolo appropriato per una cena che si è consumata nei giorni scorsi a casa nientemeno che dell’anchorman nostrano Bruno Vespa, il giornalista più cortigiano addirittura dell’inqualificabile Augusto Minzolini e padrone di casa a Porta a Porta, il più deprimente polpettone televisivo di tutte le televisioni del globo e anche del sistema solare.
L’occasione è stata il festeggiamento dei 50 anni di giornalismo del Brunone nazionale (vi rendete conto da quanto tempo lo sopportiamo in silenzio?) e qui le mie dita, scollegate dai freni inibitori ma saldamente collegate al pensiero più inconfessato ma vero, battono sui tasti del portatile una frase sentita in uno dei miei viaggi siciliani (la scrivo come l’ho sentita pronunciare, i siciliani mi perdonino): “cinquant’anni pirsi, l’avussutu dato a un carzarato a chist’ura saribbi nisciutu” che tradotto vuol dire che sono cinquanta anni persi, sarebbe stato più utile darli a un carcerato che così avrebbe potuto riavere la sua libertà. Com’è vero!
Ritorniamo a noi.
Gli invitati, ci dice la stampa ben informata, non sono, ovviamente, personaggi qualsiasi e nemmeno personalità importanti ma il top dei top della politica, della finanza e del clero, mancava solo dio in persona e di questo Vespa, conoscendolo, si sarà rammaricato.
Non ci credete? Eccovi serviti. Iniziamo con il plurinquisito presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accompagnato dal consorte (cosa avete capito! nel senso di con-sorte, che dividono la stessa sorte) viceministro e gentiluomo del Papa Gianni Letta, seguono l’ondeggiante e pluriconiugato Pierferdinando Casini detto il-piede-in-due-staffe, la rampante consigliera di Mediobanca Marina Berlusconi (talis pater talis filia), il boiardo di stato e governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e il chiacchieratissimo uomo per tutte le stagioni Cesare Geronzi. Ho lasciato per ultimo un convitato a mio giudizio un poco anomalo (qui si vede probabilmente la mia ingenuità): il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano e Camerlengo di Santa Romana Chiesa, non un prelato qualunque ma la prima autorità ecclesiastica dopo il Papa.
Vi trascrivo, solo per cronaca poiché non fa parte del mio linguaggio, il commento della mia ottuagenaria zia (acquisita, per fortuna) quando è stata data notizia al telegiornale (non quello di Minzolini poiché il mio parentado lo rifugge, giustamente, come se fosse la peste bubbonica): “che cazzo ci è andato a fare questo prete in mezzo a tanti manigoldi”. A parte il linguaggio da birocciaio, che non si confà a una signora in età avanzata e, ve lo giuro, di dolce indole, tutta casa e chiesa, il ragionamento fila, ha una sua logica. Perché uno dei massimi rappresentanti della chiesa partecipa a tali e tutt’altro che ingenui banchetti? Cosa ha a che spartire la chiesa con la politica neo-fascista berlusconiana, con la massoneria che si pensa apprezzata da non pochi commensali presenti, con le banche e gli affari sottobanco? Non è bastata alla chiesa e alla sua curia il coinvolgimento in affari sporchi del Cardinale Crescenzio Sepe?
Forse la presenza del Cardinale è stata voluta per l’intonazione della preghiera d’inizio cena: “Signore, benedici noi e questo cibo che stiamo per prendere. Insegnaci a dividerlo con i più poveri” e la cosa s’intonerebbe perfettamente con la manovra finanziaria in cantiere che invece, com’è noto, ruba ai poveri per dare ai ricchi.
Se l’invito a cena è chiaro, dov’è il delitto? Il delitto è l’uccisione delle coscienze di tanti cristiani, di tanti cristi, scandalizzati da uomini in porpora che amano più il potere che la propria e l’altrui coscienza. “Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!»”.





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martedì 6 luglio 2010

IL PRESIDENZIALE “GHE PENSI MI” FRAINTESO

Sarò prevenuto e il mio disgusto viscerale nei confronti del ducetto di Arcore forse mi annebbia la ragione ma l’attuale congiuntura politica in cui versa il nostro paese non mi convince e non mi commuove anzi mi irrita e mi spinge a pensieri e azioni non pacate.
Ciò che appare, che vogliono fare apparire, è che il “partito dell’amore” fa acqua da tutte le parti. Ipotesi troppo semplicistica; infatti, noi continuiamo a considerare il PDL un partito “tradizionale”, con una dialettica e una democrazia interna, mentre non lo è: sembra piuttosto essere, e così si comporta, una banda ciecamente asservita al suo capo assoluto, una proprietà privata del plurinquisito Silvio Berlusconi dove la democrazia non sta di casa.
Ci vogliono fare credere che il minacciato redde rationem del capo del Governo, “ghe pensi mi”, sia rivolto all’interno dello schieramento che lo sostiene e lo serve e noi, allocchi, rischiamo di crederci con il conseguente nostro stare alla finestra in attesa degli eventi (non sembrerebbe avere altra motivazione l’immobilismo colpevole dei partiti dell’opposizione, PD in testa) che, nella fantasia di alcuni, dovrebbero sfaldare il partito berlusconiano.
Stiamo facendo, in qualche modo e nostro malgrado, il gioco dell’astuto imbonitore che ci governa da tanti, troppi anni.
Certamente qualche voce fuori dal coro c’è nel partito presidenziale ma credere che il cavaliere si faccia impressionare è veramente troppo ingenuo: fate mente locale, avete forse registrato un dissenso nell’espressione del voto su leggi e leggine da parte della cosiddetta “fronda” finiana? Molte parole e pochi fatti.
Ciò che sta accadendo si situa perfettamente nella logica del padre-padrone che ha ben chiaro l’obiettivo da raggiungere in dispregio di uomini e cose non avendo, per lui, alcun significato le parole dignità, onestà, moralità, legalità e, ancora, coscienza, rimorso, senso dello stato, democrazia.
Aldo Brancher, l’inetto e indagato ministro del nulla, gli è servito per creare una cortina fumogena attorno a una manovra economica salva-potenti (la Confindustria dell’Emma Marcegaglia, sono giorni che brinda a champagne e pasteggia a caviale): lui l’ha creato e lui l’ha costretto alla cuccia. Come nei saldi: si aumenta ad arte il prezzo di listino e, quindi, si pratica lo sconto che sembra enorme mentre è, in realtà, insignificante. Conseguenze? La prima: l’incontro Governo-Regioni per la correzione della manovra non ci sarà (vedremo la reazione dell’arraffone-ciellino governatore della Lombardia Roberto Formigoni), come ci dice il ministro, pure lui inquisito, Raffaele Fitto. La seconda: il Governo porrà la fiducia sulla manovra economica, con buona pace di Pierluigi Bersani e Antonio di Pietro e qualche mal di pancia, ma solo di facciata, di Gianfranco Fini.
Il “ghe pensi mi” berlusconiano si rivolge quindi agli italiani e alle opposizioni esterne (e non alle “minoranze” interne) e non nasce dall’improvviso cambiamento di umore del cavaliere ma è progettato nei minimi particolari; non si spiegherebbe altrimenti l’attacco frontale dell’onorevole-avvocato (finora sempre perdente) Nicolò Ghedini al troppo mansueto Giorgio Napolitano o l’affondo demenziale del ministro dalla voce sottile Giulio Tremonti nei confronti delle Regioni del sud accusate di cialtroneria (da che pulpito viene la predica) o la posizione dell’altro ministro, Maurizio Sacconi, che accusa la FIOM-CGIL e i partiti dell’opposizione di “gufare” contro il piano industriale dell’americanissimo amministratore FIAT Sergio Marchionne (in questo modo abbiamo a chi dare la colpa di un eventuale disimpegno della Fiat in Italia).
L’unica nota ilare (da sbellicarsi dalle risa) è stata l’incontro, con annessi i preventivati battibecchi, che ha visto protagonisti il serioso presidente della Camera e il tenero ministro alla cultura Sandro Bondi: sarà un poeta, un rimatore di corte, ahinoi, ma resta un giullare.
Ciò che sta preparando il presidente del Consiglio non è, quindi, una exit strategy (come potrebbe, se esce dalla politica entra in galera!) bensì una più dura e più scoperta ed evidente occupazione del paese: la traduzione dal milanese all’italiano del “ghe pensi mi” è “schiavi, qui comando io”.
Dobbiamo affrancarci da questo indemoniato dittatorello di provincia dalle amicizie pericolose: il colonnello Muammar Gheddafi e l’ex KGB Vladimir Putin.





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mercoledì 30 giugno 2010

È ORMAI PRASSI: AVREMO UN NUOVO MINISTRO!

Non riesco a farmene una ragione. Se io fossi stato condannato a sette anni di galera per concorso esterno in associazione mafiosa sarei grandemente preoccupato e spaventato e non sereno, o addirittura euforico, come il condannato, già in secondo grado, senatore del PDL Marcello Dell’Utri, amico intimo del premier Silvio Berlusconi e co-fondatore di Forza Italia.
Ma forse il condannato per mafia, per essere così euforico, deve avere un asso nella manica, non si spiega altrimenti. Certo, i giudici gli hanno tolto due anni rispetto ai nove già comminati con la prima sentenza ma, vivaddio, gliene hanno lasciati sette, non l’hanno assolto, anzi gli confermano il reato più grave e infamante (qui il curriculum giudiziario del condannato).
Per concludere degnamente quest’atmosfera festaiola, mancano solo i cannoli di quell’altro bel campione di onestà Totò Cuffaro.
Una persona normale, immagino, si arrenderebbe di fronte all’evidenza dei fatti ma lui no, anzi, con l’irriverenza di chi si sente protetto e potente e prepotente, si permette di ricordarci che il suo particolarissimo eroe resta e resterà il mafioso (dichiarato) Vittorio Mangano, lo stalliere e uomo di fiducia del Silvio nazionale che, nonostante tutto, continua a governarci. Nonostante tutto perché, la condanna inflitta a Dell’Utri la dice lunga sulle frequentazioni del presidente del Consiglio e su cosa e su chi, probabilmente, si fonda la sua leadership sia politica sia economica.
C’è ancora un terzo livello di giudizio al quale deve sottoporsi il senatore e tutto, in questa Italia ormai devitalizzata, è possibile, anche negare l’evidenza. Ma, per il momento, è un condannato al carcere, un infame e non dovrebbe occupare posti pubblici, posti di potere, non dovrebbe, in qualche modo, governarci essendo stato riconosciuto, per sentenza, un criminale.
Invece, com’è prassi, non soltanto resterà al Senato, non soltanto resterà il primo consigliere del ducetto di Arcore ma da quest’ultimo forse riceverà un ormai inflazionato premio: un ministero. Il ministero per i rapporti con la mafia. Con buona pace per la giustizia, l’onestà e la sicurezza.
Persino i giovani del PDL siciliano, gli amici accecati e un po’ minchioni del papi, sono costernati e, per uscire così allo scoperto, devono avere gli zebedei triturati: “Oggi più che mai sentiamo l’esigenza di avviare una profonda riflessione all’interno del partito dopo questa condanna che, seppur ridotta e non definitiva, rimane gravissima soprattutto per un uomo impegnato in politica. Non ci uniremo al solito coro di solidarietà già tristemente visto negli anni scorsi per i politici condannati. Il nostro movimento giovanile non può rimanere in silenzio davanti a fatti che minano la credibilità di un intero partito”.
Meditate gente, meditate!



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venerdì 25 giugno 2010

UN PAESE DALL’ENCEFALOGRAMMA PIATTO. NON BASTA UN MIRACOLO

Mi dispiace se la nazionale italiana ha fatto flop ai mondiali del Sudafrica, mi dispiace per l’allenatore, per i giocatori e per gli sportivi.
Per la verità, il mio dispiacere è un po’ di circostanza poiché io, di calcio, non solo non ne capisco nulla (non ricordo di aver mai visto un’intera partita) ma nemmeno mi appassiona: sarà un problema di DNA e non di mia colpa cosciente e, quindi, chiedo comprensione.
Ma lo spegnimento dei riflettori sulla tenzone calcistica, io spero riporti la nostra attenzione su un’altra tenzone, questa sì veramente drammatica, che riguarda non l’Italia sportiva ma quella politica, sociale ed economica. Proprio così, l’Italia, paese di santi poeti e navigatori, pare essere diventata il paese dall’encefalogramma piatto, dove la rassegnazione ha preso il posto della vitalità, dove la cultura pare essersi mutata in malattia esantematica.
Non voglio demoralizzarvi oltre misura e nemmeno istigarvi al suicidio, ma di disgrazie ne abbiamo in abbondanza, potremmo esportarle, o, per chi è pio, organizzare un viaggio a Lourdes.
• Abbiamo una percentuale di disoccupati, rilevato nel primo trimestre 2010, pari al 9,1% contro il 7,9% dello stesso periodo del 2009.
• La manovra finanziaria fa acqua da tutte le parti; i governatori delle regioni, i presidenti di provincia, i sindaci, per una volta tutti uniti senza eccezioni, schiaffeggiano politicamente e pesantemente sia il ministro Giulio Tremonti che il ducetto di Arcore Silvio Berlusconi: la manovra distrugge gli enti locali e lo stato sociale (persino il ciellino arraffa-tutto Roberto Formigoni, che deve tutto al papiminchia e al razzismo leghista, morde la mano ai suoi benefattori: che stia cambiando l’aria politica?).
• A Pomigliano d’Arco, la Fiat di Sergio Marchionne vince il referendum basato sul ricatto dei lavoratori, non lo stravince come avrebbe voluto ma incassa in premio la divisione dei lavoratori oltre che dei sindacati con il beneplacito del Ministro ex socialista Maurizio Sacconi che parla di accordo epocale (maledetto lui). Ma gli investimenti si faranno? Mistero.
• La sentenza di secondo grado, Corte d’Appello di Palermo, per Marcello dell’Utri: i giudici sono ancora, mentre scrivo, in camera di consiglio. Il loro verdetto ci dirà se il senatore, intimo amico e confidente e consulente politico del nostro immacolato premier, è colluso con la mafia, se mafia e politica hanno fatto affari comuni, se Silvio ha a che fare con cosa nostra. Mica male.
• Lo sciopero generale indetto per oggi dalla CGIL contro una manovra finanziaria che toglie ai poveri per dare ai ricchi.
• Il nuovo inutile ministero al “legittimo impedimento” guidato da Aldo Brancher. Non ha fatto in tempo a essere nominato che l’infame invoca il legittimo impedimento per non presentarsi al processo per il tentativo di scalata ad Antonveneta da parte di Bpi in calendario per sabato prossimo, processo che oltre a lui (appropriazione indebita) vede imputata anche sua moglie Luana Maniezzo (ricettazione). Una bella famigliola, non c’è che dire, e un ottimo ministro della repubblica.
• Non parliamo della scuola e della ministra Maria Stella Gelmini, ascoltate direttamente i direttori didattici, i professori, i maestri e gli studenti. Ciò che si dice, che fu sfiduciata per inoperosità da presidente del consiglio del comune di Desenzano del Garda, è storia passata; ora, disgraziatamente, è diventata operosa e ha distrutto la scuola.
• La ministra Michela Brambilla, detta l’autoreggente rossa, il fiore all’occhiello del movimentismo berlusconiano, crea il “Comitato per la creazione di un’Italia animal friendly” per un paese attenta ai diritti degli animali. Due osservazioni: questo è il momento che richiederebbe più attenzione ai diritti degli umani (cassaintegrati, licenziati, vessati dall’ingiustizia, eccetera); anziché creare un comitato (con i relativi costi di gestione e gettoni di presenza), col potere che ha, faccia una legge se ne è capace. Appunto, se ne è capace.
L’Aquila merita un post a parte. La denuncia del sindaco Massimo Cialente e le manifestazioni della popolazione sono così eloquenti che non capisco come i vari Guido Bertolaso restino nei posti di comando governativi. Dov’è la magistratura?
• Cosa ci sarà sotto le dimissioni di Lucio Stanca da amministratore delegato di Expo 2015 Spa? Non arrivano e non arriveranno i soldi? Che ruolo ha in tutto questo Comunione Liberazione con la sua Compagnia delle Opere? E la Lega nord che molto ha imparato da “Roma ladrona”?
• Il malaffare che impera in Italia coinvolge anche il Vaticano con un, fino ad ora, inedito “concordato degli affari” avente per capocomici da una parte l’ormai a tutti noto costruttore Diego Anemone e il Cardinale manager Crescenzo Sepe. Non provo solo vergogna ma rabbia. Vedremo gli sviluppi di questa meschina storia.
• Siamo ancora in ballo con il decreto sulle intercettazioni con il quale questo governo liberale vuole togliere la libertà di parola e d’informazione e, nel contempo, gratificare mafie e malaffare.

Senza continuare oltre, non vi pare che di disgrazie, noi italiani, ne abbiamo abbastanza? Non vi pare che vadano tutte ascritte a questo governo del malaffare? Non vi pare che sia ora di passare all’azione?
Ecco, forse nemmeno un viaggio a Lourdes con relativo miracolo è sufficiente: occorre la nostra azione. Aiutati che dio ti aiuta, dicevano i nostri vecchi, e avevano ragione.



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domenica 20 giugno 2010

UN NUOVO MINISTRO E UNA GIUSTIZIA “STRAFATTA”

Con tutti i problemi che abbiamo in Italia, la montagna, di letame, ha partorito un disgustoso topo di fogna.
Di fronte alla crisi, prima colpevolmente nascosta e oggi drammaticamente (per i poveracci) emersa, ci viene servita una manovra che fa acqua da tutte le parti; perfino loro stessi, i fedeli psico-dipendenti dello psico-nano Silvio Berlusconi e dell’altro psico-primo-della-classe Giulio Tremonti hanno presentato un così alto un numero di emendamenti da sembrare loro gli oppositori di loro stessi.
Di fronte al problema dell’arroganza della casta e al banchetto che si sta consumando a spese degli italiani, banchetto a base di appartamenti e di case e di puttane, il plurinquisito premier ci propina un “decreto intercettazioni” fatto apposta per favorire mafiosi e delinquenti (non i soliti ladruncoli di galline ma politici di rango, grand commis e dirigenti di aziende strategiche e non e, addirittura, un cardinale), tutti amici suoi. Persino alcuni sedicenti amici di merenda del prode dittatorello hanno qualche dubbio sulla bontà del decreto e incominciano a pensare, loro, ad alta voce, finalmente, che il decreto serve principalmente al capo per evitare che si sappia cosa combina e cosa ha combinato e non, invece, alla libertà di tutti. E così da decreto blindato sembra possa trasformarsi, grazie a dio, a decreto colabrodo-basta-che-si-faccia.
Di fronte alla vacatio sedis del ministero per lo sviluppo economico, ex lucrosa poltrona di Claudio Scajola, liquidato inspiegabilmente dallo spesso berluska, il satrapo governante non trova adeguate soluzioni di avvicendamento e resta lui anche in quel ministero che, guarda caso, ha competenze sulle frequenze televisive.
Di fronte a tutto questo e a molto altro, la realtà che si presenta è che questo capo di governo e i suoi ministri sono incapaci di intendere e volere, di governare, di trovare soluzioni ai problemi del paese ma usano tempo ed energie (specie economiche) per ingrassare i loro conti correnti e pararsi le spalle e proteggere i loro servi fedeli.
Ne volete un esempio? Quale azione urgente, in un periodo di grave crisi, poteva fare la nostra disgrazia nazionale? Ma cribbio, istituire un necessarissimo nuovo ministero che, finalmente, libererà l’Italia dall’angoscia della crisi economica: il ministero per l’attuazione del federalismo (il quarto che lavora su questa questione). La cosa non si ferma qui: nomina ministro di questo nuovo dicastero uno stinco di santo, Aldo Brancher.
E chi sarà mai costui! Ce ne dà notizia dettagliata il “Fatto Quotidiano” di ieri.
Il neo ministro, ex prete paolino poi spretato, dirigente della Fininvest e quindi deputato di Forza Italia è rinviato a giudizio per lo scandalo Bpl-Antonveneta; al suo attivo ha alcuni mesi di prigione per essere incappato in “mani pulite” per una brutta questione di corruzione e, in seguito, ha subito una condanna in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito e falso in bilancio, condanna non eseguita poiché, “in Cassazione, il primo reato cadde in prescrizione, mentre il secondo fu amorevolmente depenalizzato dal governo Berlusconi”, di cui lo stesso neo ministro era sottosegretario.
Il 26 giugno sarebbe dovuto iniziare al Tribunale di Milano il processo a suo carico per appropriazione indebita, processo finora rinviato per i suoi impedimenti parlamentari (tipo una imprescindibile missione alla Fiera di Hannover). Ma niente paura, ora che è ministro il processo non partirà nemmeno, grazie alla legge sul legittimo impedimento”.
Ecco il topo partorito dalla montagna: salvataggio in diretta e Giorgio noiosamente silente.
Giustizia è fatta, anzi è strafatta


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mercoledì 16 giugno 2010

SPATUZZA, IL GOVERNO E LA MAFIA


Abbiamo un morto che cammina: Gaspare Spatuzza.
Abbiamo chi ha emesso il verdetto: Roberto Maroni, ministro dell’Interno, tramite la Commissione centrale del Viminale per la definizione e applicazione delle misure speciali di protezione, quindi il Governo.
Abbiamo chi eseguirà la condanna: la mafia.
Abbiamo chi trae giovamento da tutto questo: Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi e tanti altri potenti.
Questo è quanto si desume dalle energiche prese di posizione di Antonio Di Pietro e non solo lui.
Cosa è successo di così grave da attirare l’attenzione in un momento così complicato e difficile per la democrazia come una crisi economica prima negata e poi maldestramente e cinicamente riversata sulla parte più debole della popolazione, come l’attentato in corso alla democrazia e alla libertà avendo approvato al Senato il decreto sulle intercettazioni, come il ricatto e l’imposizione di Sergio Marchionne della Fiat che vuole trasformare la fabbrica in caserma o, peggio, in galera?
Non è successo nulla di strano rispetto a quanto già da ormai un ventennio sta accadendo in Italia, si sta solamente attuando, nei tempi previsti, il disegno del “maestro venerabile” Licio Gelli.
Per venire ai fatti, il boss della mafia Gaspare Spatuzza non è stato ammesso al programma di protezione come invece era stato richiesto dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo che indagano sulle stragi di via D'Amelio e del ’93 (mafia e politica), procure in odore di becero comunismo.
Il mafioso pentito Spatuzza, per intenderci, è quel delinquente, ritenuto però attendibile nelle sue dichiarazioni, che sta accusando di collusione con la mafia Marcello Dell’Utri e che sta dicendo che con le varie stragi degli inizi degli anni novanta sono coinvolti settori deviati dello stato e fa pure qualche apprezzamento sulla nascita, allora, di Forza Italia. Mi fermo qui con il racconto del fatto: i particolari potete leggerli navigando in rete.
Quale è la morale che ne traggo? Chi va contro il presidente Berlusconi e i suoi amici non ha vita facile e così se un boss amico come Vittorio Mangano (stalliere di Arcore) ha diritto al rispetto del capo, a un boss come Spatuzza (che a differenza di Mangano è riconosciuto dalla magistratura come pentito di mafia), che accusa invece il ducetto imparruccato e accoliti di “turperie”, non solo non gli si concede diritto di parola e di essere creduto ma gli è negata la protezione che viene di regola concessa a qualunque quaquaraquà. Insomma, ciò che appare è che il Viminale ha emesso una "sentenza ad personam" da affiancare alle numerose leggi ad personam.
Siamo tutti avvertiti: se stai col capo, non ti succede nulla ma se sgarri sei finito. Così diceva il fascismo e così insegna la mafia.
Come vedete si sta attuando un piano ben orchestrato e che ha come vittime sacrificali la libertà e la democrazia cioè la vita stessa delle persone a beneficio del satrapo e dei suoi fedeli servitori.
Spatuzza non mi piace o, meglio, mi fa orrore; ma c’è chi mi piace ancor meno: il primo ora è in pericolo di vita e l’altro/gli altri no.
E io sono contro la pena di morte, anche per Caino.



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venerdì 11 giugno 2010

GRAZIE SILVIO, TU SÌ CHE SEI DEI NOSTRI. I TUOI AMICI CRIMINALI

Grazie Silvio, tu sì che sei dei nostri!
Firmato: cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, pedofili, truffatori, bari, corrotti, corruttori, razzisti, evasori, assassini, ladri, stupratori, borseggiatori, rapinatori, terroristi, spacciatori, estorsori, rapitori, magnacci, trafficanti di armi, trafficanti di organi, fascisti, falsari, diffamatori, falsi testimoni, ricattatori, sequestratori, rei di peculato, collusi e criminali in genere.
Questo, suppongo, avranno pensato gli immaginari (ma non tanto) firmatari del ringraziamento, dopo il voto di fiducia, ieri al senato, sul ddl intercettazioni.
Con un atto di forza e con un’arroganza tale da far impallidire persino il benitone in persona, la nostra disgrazia nazionale, Silvio Berlusconi, ci omaggia di un ulteriore sopruso blindando il decreto sulle intercettazioni e impedendo qualunque miglioria. Gianfranco Fini ovviamente consenziente. Giorgio Napolitano immagino già con la stilografica in mano (facile profezia). Dio li fa e poi li accoppia.
È fascismo autentico, stesso DNA, stessi metodi.
Il capogruppo PD al Senato, Anna Finocchiaro, annunciando l’uscita dei senatori democratici dall’aula al momento del voto, non si lascia intimidire e definisce così il decreto legge: “tutela meglio, molto meglio i criminali dei cittadini e uccide il diritto a essere informati” e ancora: “voi volete nascondere i vostri affari, l’uso privato delle risorse pubbliche e tutelare la vostra privacy perché volete il popolo cieco e bue”. Parole di fuoco che non lasciano spazio alle interpretazioni.
Anche Antonio Di Pietro non si lascia sfuggire l’occasione, dopo una nottata di protesta a Palazzo Madama: “questo governo e questa maggioranza appecoronata devono andare a casa. I cittadini, invece di stare a guardare si ribellino perché serve una nuova resistenza e siamo rammaricati che ancora una volta siamo stati lasciati soli a fermare una maggioranza criminale”.
Già, nuova resistenza e maggioranza criminale. Condivido, condivido, condivido mille volte.
Se siamo riusciti, allora, a sconfiggere il fascismo perché non riprovarci, oggi, contro questo fascismo di ritorno che oggi si chiama berlusconismo (per analogia, solo con un’azione contro natura, la parrucca, anche il nostro Silvietto non mostra la testa pelata come invece ostentava Benito)?
E se questa maggioranza è criminale, non perché la pensa diversamente da me o da te ma perché con leggi ad personam e leggi pro delinquenti si pone contro la società civile, perché non aiutiamo magistrati e giornalisti e poliziotti a rinchiudere i criminali nelle patrie galere?
Come? Manifestando, creando opinione pubblica, protestando davanti ai palazzi del potere, alzando la voce per non farci zittire, scrivendo e raccontando la verità.
Intanto i giornalisti sono i primi a mobilitarsi: sciopero per silenzio stampa nazionale il giorno del via libera definitivo di Montecitorio, probabilmente il 9 luglio. Partecipiamoci, anche se non siamo giornalisti, perché siamo cittadini.



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lunedì 7 giugno 2010

IL DITO MEDIO DELLA MANO SINISTRA

Al popolo rincoglionito, quello che, per intenderci, si affida anche e ancora agli sproloqui del prono Augusto Minzolini (non avendone a sufficienza delle cazzate governative) si può dire tutto e il contrario di tutto, senza che entri in azione la materia grigia. Altrimenti non si spiega l’apatia generale nei confronti delle varie leggi approvate o in discussione e tra queste quella che riguarda l’intercettazione (venduta come difesa della privacy anziché battezzarla come regalia cosciente a mafie, frodatori, pedofili, assassini, contrabbandieri, corrieri della droga e associati a tutte le schifezze di questo mondo) o la manovra anticrisi che ruba ai poveri per dare ai ricchi.
Proprio così, immaginatevi il mandrillone arrapato, che sbava alla vista della crocerossina, che tra una ormai solitaria performance e l’altra (diamogli un po’ di bromuro, si sta rovinando con le sue mani!) ci urla nelle orecchie che “non metterò le mani nelle tasche degli italiani” senza però specificare dove ci metterà il dito medio della mano sinistra.
Siamo così rincoglioniti che non ci accorgiamo che la manovra economica, il ladrocinio di stato, altro non è che l’alleggerimento o, meglio, l’indiscriminata razzia nel portafoglio dei soliti noti, quelli a reddito fisso, gli operai, gli impiegati e i pensionati mentre loro, gli scorfani della morale, quelli che stanno sempre nella stanza dei bottoni, se la ridono di gusto.
Questi arraffatori immorali, alla catena dell’amato Silvio Berlusconi, i vari ministri viceministri e sottosegretari (tanto per citarne alcuni, Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta, Angelino Alfano, Gianni Letta) usano degli eufemismi per imbrogliare sempre più la gente: non si parla più di tasse ma di finanziaria “etica”, come non si dice più spazzino ma operatore ecologico. L’inganno e l’ipocrisia sistematica come nuova moralità.
Non aumentano le tasse? Secondo voi tagliare i fondi agli enti locali cos’è se non un camuffato, e ad altri delegato, aumento di tasse? I comuni, per garantirti i servizi primari alla persona avranno due possibilità: o aumentare le imposte locali (sempre tasse sono) o abbassare il livello della qualità della vita delle famiglie applicando, per esempio, tagli al servizio prescolastico o all’assistenza agli anziani.
Oppure, permettere che aumentino i costi della benzina, dell’acqua, dei trasporti, dei pedaggi autostradali, delle assicurazioni, della raccolta dei rifiuti a tutto vantaggio dell’erario (più permetti o addirittura auspichi i rincari e più lo stato incassa) e dei grandi monopolisti non è aumentare indirettamente le tasse alle famiglie che non possono fare a meno di benzina, acqua, viaggi, e assicurazioni?
L’ipocrisia del potere politico non ha freni e i portafogli dei parlamentari, dei politici e dei loro portaborse non si toccano realmente nonostante i proclami: il loro contributo alla crisi non pare, a loro stessi, necessario; anzi, la manovra, per esempio, non permette e non prevede tagli né a Palazzo Chigi (sede del papiminchia) né alla Protezione Civile (la cassaforte inespugnabile e incontrollabile della presidenza del Consiglio): c’è chi muore e c’è chi gode.
Un tempo avevamo i sindacati che ci difendevano.
Oggi abbiamo due possibilità, suggerite entrambe dal grande Massimo Troisi: la prima “non ci resta che piangere” e la seconda “ricomincio da tre”. Io scelgo la seconda e così il dito medio della mano sinistra ritorna, com’è naturale, all’orifizio del mandrillone voglioso.




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lunedì 31 maggio 2010

L’ARROGANZA BERLUSCONIANA ENTRA IN CHIESA

Non mi era ancora capitato di ricevere una lettera che testimoniasse un disagio tanto semplice quanto sincero come quella che voglio, di seguito, condividere con voi. È una storia che, alla fine, non fa danni visibili ma che, certamente non fa bene al cuore, specie se il protagonista negativo è nientemeno che un vescovo.
Non allarmatevi, non si tratta di pedofilia, si tratta di arroganza, semplice arroganza. Ma come, direte voi, com’è possibile che ci sia un vescovo arrogante? Leggere e giudicate voi. Io, da parte mia, condivido totalmente la considerazione finale della mia lettrice, mentre condivido meno l’atteggiamento dei musicisti e degli organizzatori che mi pare, da quanto leggo, sia stato troppo morbido: come si permette quest’uomo, anche se vescovo, di aggredirmi verbalmente? In base a quale potere? Ma, grazie a dio, io non faccio testo.


Caro Bogar,
sono una tua lettrice fin da quando hai iniziato a scrivere e so perfettamente che tu tratti quasi esclusivamente temi politici e sociali e che Silvio Berlusconi, che tu chiami sbeffeggiandolo papiminchia, è il tuo bersaglio preferito. Voglio, tuttavia, raccontarti un fatto che nulla ha a che fare con la politica governativa ma che dimostra quanto dell’arroganza berlusconiana sia ormai intrisa la nostra società e, in questo caso, la chiesa nei suoi massimi vertici locali.
Lo scenario è Reggio Emilia, la città in cui vivo con la mia famiglia (un marito e due angeli di bambini), l’occasione è un avvenimento culturale pubblico, l’Arca d’Oro, che si ripete da ventotto anni, che vede coinvolti sia i bambini delle scuole, dalla materna alle medie, che i loro familiari: nel pomeriggio si esibiscono i bambini e i ragazzi e la sera si intrattengono bambini e genitori con musica dal vivo. Una festa semplice e sempre molto partecipata nella piazza principale della città che ha come scenario, veramente suggestivo, su un lato il Duomo e su un altro il Municipio (il luogo dove è nata la bandiera italiana).
Veniamo al fatto al quale ho assistito casualmente sabato scorso e che mi ha lasciato alquanto perplessa.
Il complesso musicale, che si era esibito nella piazza, termina verso le ore 23 il suo concerto salutando e ringraziando i presenti. Nello stesso momento piombano dietro il palco due persone che, visibilmente fuori di sé e aggrappate alle transenne, inveiscono contro i musicisti e contro gli organizzatori della manifestazione chiedendo di terminare di fare rumore (musica = rumore?) e minacciando di far intervenire la polizia. In un primo tempo, io e mio marito abbiamo pensato a un duo di ubriachi ma poi ci siamo resi conto che chi gesticolava e dava manifesti segni di collera era il nostro vescovo Adriano Caprioli assieme a un altro sacerdote che non conosco.
Ovviamente, la reazione dei musicisti e degli organizzatori è stata rispettosa nei confronti del vescovo della città, ma ferma nel dire che la festa aveva tutti i permessi necessari come confermavano le autorizzazioni comunali e che l’ora di chiusura della manifestazione era stata concordata con le autorità competenti e, quindi, si era perfettamente in regola. A quel punto il vescovo e il suo accompagnatore si allontanano visibilmente paonazzi e contrariati e non perdono l’occasione di inveire contro due poveri vigili urbani lì per servizio.
Questo è il fatto e ora una considerazione. In quale paese un vescovo, una persona che ricopre una carica importantissima nella chiesa e nella società, si permette di bacchettare, pubblicamente e con una violenza verbale impensabile, cittadini che si ritrovano e vivono un momento di festa, bambini e adulti assieme, cittadini ai quali l’autorità civile ha concesso tutti i permessi necessari. Non so se l’arroganza dimostrata da questo “pastore” della chiesa sia contemplata in qualche comandamento (oltre ai dieci che io conosco) certo è che questa intromissione ringhiosa non ha fatto bene a chi ha assistito alla pietosa scena e lo dice una mamma cattolica, apostolica e romana.
Anna ********




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domenica 30 maggio 2010

NON C’È DEMOCRAZIA SENZA VERITÀ

Ricordare le bombe e le stragi che hanno coinvolto l’Italia nel 92’ e ‘93 e sentirne, oggi, i commenti, le testimonianze e i giudizi di personaggi autorevoli e, già allora, testimoni politici di quel particolare momento storico, fa drizzare le carni.
23 maggio 1992: strage di Capaci. Vengono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta.
19 luglio 1992: strage di via d’Amelio. Sono uccisi Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.
26-27 maggio 1993: via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone perdono la vita.
27 luglio 1993: via Palestro a Milano, Padiglione di Arte Contemporanea. Cinque persone perdono la vita.
28 luglio 1993: San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma: numerosi feriti e gravi danni.
Un bollettino di guerra vero e proprio con, allora, un unico mandante: la mafia. Oggi scopriamo che forse non è così, che forse non fu solo la mafia a ideare e a eseguire le stragi. Forse c’è dell’altro fino ad oggi tenuto nascosto o quasi.
Il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, uno che di queste cose se ne intende, davanti ai rappresentanti dell’associazione dei familiari delle vittime dei Georgofili, ha affermato che certamente Cosa nostra, attraverso queste azioni criminali ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste. D’altro canto occorre dimostrare l’esistenza di un’intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per la sua affermazione. Rimangono molte domande a cui bisogna dare risposta”.
Walter Veltroni conferma e chiede di chiarire: “Il Paese non può assistere da spettatore indifferente a notizie sconvolgenti che in altre democrazie sarebbero priorità assolute. Mettiamo per un momento da parte tutto il resto, la manovra finanziaria e la crisi, Berlusconi e Fini, le questioni interne ai partiti e fermiamoci tutti, destra e sinistra, a riflettere sulle parole di Piero Grasso. Sì, i galantuomini di destra e di sinistra, perché in ballo ci sono i fondamentali della democrazia. C’è davvero un pezzo dello Stato dietro la morte di Falcone e Borsellino, le stragi del ‘92 e ‘93? Se è così, che cosa c’è di più importante da chiarire ora e subito?”.
Ora, anche l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in quegli anni Capo del Governo, conferma il nuovo scenario che vede pezzi di anti-stato minare la democrazia e chiede al governo e a Silvio Berlusconi di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica. “Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ‘92 e ‘93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta ... Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire”.
Non fa impressione tutto questo?
Cosa vuol dire Grasso quando afferma che cosa nostra ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche? Si riferisce forse a Forza Italia ridando così, in qualche modo, dignità alle “minchiate” del pentito di mafia Gaspare Spatuzza?
Veltroni conferma l’esistenza e l’operatività deviata dell’anti-stato. Chi è il regista di tutto questo e a chi ha giovato? Chi e cosa è nato e cresciuto dal sangue di questi assassinii?
E perché, come afferma Ciampi, si continua a nascondere al paese la verità? Chi ha paura della verità, temendo la democrazia? Cosa sottintende quando dice “... per evitare che questa stagione si ripeta”, sono in pericolo già oggi la libertà e la democrazia?
Ho l’impressione che non ne verremo a capo: la stampa ne parla lo stretto necessario e chi ci governa teme, meglio, odia la democrazia (leggi ad personam, bavaglio alla libertà d'informazione, guerra al potere giudiziario, eccetera).


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mercoledì 26 maggio 2010

UN ESORCISTA AL GOVERNO? E SE FOSSE INVECE UN VAMPIRO?

Ha ragione da vendere Nichi Vendola, il governatore della Puglia: “finalmente viene a galla la verità: per due anni il paese è stato governato da un esorcista, da uno che ha coperto la realtà e che gli italiani fossero indotti a pensare che gli annunci della crisi appartenessero solo ai disfattisti e ai catastrofisti della sinistra”.
E ora il nano imparruccato, che-dio-lo-stramaledica, ci spenna come polli in batteria, all’ingrosso, con il beneplacito di CISL e UIL, perché, se non vi è chiaro, la manovra finanziaria, così come la si apprende dalla stampa, sembra colpire tutti ma in effetti, se fate i conti, dissangua noi poveracci e fa il solletico alla nauseabonda cricca (e come potrebbe essere diversamente) rappresentata dai Silvio Berlusconi, dai Claudio Scajola e dai Guido Bertolaso. L’infame ha giurato e spergiurato che l’Italia non avrebbe subito la crisi contrariamente a quanto urlavano quei menagramo senzapatria dei comunistacci, poi ci ha detto che la crisi era alle spalle (quindi se è passata, vuol dire che c’è stata) e ora ci presenta il conto con le parole e la faccia-maschera del curiale Gianni Letta (stessa cricca dei precedenti): “È una manovra straordinaria che ci chiede l'Europa. Ci saranno sacrifici molto pesanti, molto duri che siamo costretti a prendere, spero in maniera provvisoria per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia. Capiamolo così e ci capiamo tutti”. Già, il condottiero d’Italia, il puffo viagrato, il sangiorgio nostrano, usa la faccia altrui per dirci che non poteva soffocare con ulteriori balzelli il popolino prima della campagna elettorale (le regionali) perché avrebbe perso il consenso; ma ora è diverso: il popolo bue lo ha già votato e premiato e ora si merita, come ricompensa, la garrota. Se ne sono accorti persino i compassati dipendenti di Palazzo Chigi che, a sorpresa, ieri hanno fischiato all’indirizzo dei ministri Giulio Tremonti e Renato Brunetta. Ben gli sta.
Ora siamo in attesa di leggere quale sarà la nostra sorte, solo pochi giorni di pazienza, il tempo di mettere nero su bianco e poi lacrime e sangue pro vampiro di Arcore.
Non ci basteranno i fischi all’indirizzo dei ministri, occorre reagire energicamente e democraticamente avendo in mente la ricostruzione di un paese differente da quello tradito e rimaneggiato dal capo del Governo e nel quale poterci riconoscere e vivere.
La coraggiosa dedica dell’attore Elio Germano, che qualche giorno fa è stato premiato a Cannes come miglior attore protagonista, mi sembra appropriata: “all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente”.






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giovedì 20 maggio 2010

ALTRO CHE FASCISMO: È BERLUSCONISMO

Non è difficile trovare delle similitudini. Certo, i metodi sono differenti ma gli effetti sono i medesimi, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, come ci insegnava, alle scuole medie cinquant’anni fa, l’insegnante (spesso acida e zitella, allora si diceva così) di matematica.
Non c’è più la necessità di zittire, con una pugnalata, i Giacomo Matteotti; il parlamentare assassinato dai fascisti era un vero oppositore a Benito Mussolini mentre, oggi, non riusciamo a individuare in parlamento, e nella politica in genere, una personalità che si opponga veramente al novello duce Silvio Berlusconi. Però, e qui si evidenzia a ben guardare l’analogia, se oggi non c’è un assassinio politico, abbiamo, per esempio, la carneficina perpetrata dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz di Genova durante il G8, nel luglio del 2001 con l’allora ministro dell’interno Claudio Scajola (buon sangue non mente) che impartisce alla polizia l’ordine di sparare e l’attuale presidente della camera il “democraticoGianfranco Fini che, casualmente, nelle stesse ore dell’irruzione nella scuola, si trovava nei locali della questura di Genova. I giudici della terza sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Genova, la sentenza è di questi giorni, condannano 25 persone (compresi i più alti gradi della polizia) complessivamente a quasi un secolo di carcere: riconoscono quindi la brutalità criminale e prefabbricata, voluta dal regime berlusconiano per mano dell’allora ministro Scajola, allo scopo di chiudere la bocca al dissenso. Oggi, come allora, la violenza di regime ha i suoi difensori, roba da non credere; infatti, il sottosegretario all’Interno ed ex(?)fascista, Alfredo Mantovano afferma, con una nota ufficiale, che i poliziotti condannati dalla Corte d’Appello per i pestaggi al G8 di Genova alla scuola Diaz “resteranno al loro posto, che non si limitano a occupare, svolgendo il loro ruolo con grande responsabilità e dedizione, rispetto al quale ci può essere solo gratitudine da parte delle istituzioni”. Non bastando questo, interviene il capo stesso di Mantovano, il ministro dell’Interno e leghista Roberto Maroni che in conferenza stampa dichiara “Sottoscrivo al cento per cento l’opinione ufficiale espressa dal Viminale nella persona del sottosegretario Mantovano”.
In volgare vuol dire che il potere esecutivo se ne infischia del potere giudiziario e lo dichiara pubblicamente con arroganza e senza tema di smentita. Come in qualunque regime totalitario.
Sempre per non farci mancare qualche analogia con il regime fascista, scopriamo che non c’è più la necessità di emanare leggi razziali, come avvenuto dal 1938 in poi fino alla caduta del fascismo: oggi, tramite le televisioni berlusconiane e quelle pubbliche (che sempre berlusconiane sono) e la dottrina leghista e l’assenza di una vera opposizione, queste leggi non hanno bisogno di essere promulgate perché sono già state iniettate, come un veleno, nel cervello e nel sangue degli italiani. Ricordiamo Rosarno.
Da ultimo, per questo post, la Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera alle norme del ddl sulle intercettazioni che, se approvato definitivamente dal parlamento, produrrà almeno due effetti drammatici: la paralisi della giustizia e il bavaglio alla stampa e quindi a una delle libertà fondamentali. Eccone un accenno (liberamente tratto da un articolo di Fulvio Milone su La Stampa di Torino), tanto sintetico quanto drammatico per la democrazia e, quindi, per la nostra civile convivenza.
PER I GIUDICI:
- le intercettazioni sono possibili solo in presenza di gravi indizi di reato e se assolutamente indispensabili alle indagini (i pubblici ministeri dovranno già avere elementi concreti che provino la responsabilità di chi finisce sotto controllo);
- l’intercettazione sarà possibile solo con l’autorizzazione del Tribunale collegiale (per ottenere l’ok all’intercettazione non basterà più il pronunciamento del gip, ma occorrerà il parere di tre giudici riuniti, un ulteriore passaggio che rallenterà le indagini);
- l’autorizzazione alle Camere va chiesta anche se il politico parla sull’utenza di terzi (quando si ascolta la voce di un parlamentare durante la conversazione di un indagato, ogni atto deve essere secretato e custodito in archivio. Per proseguire nell’ascolto ci vuole l’ok delle Camere);
- impossibile intercettare un sacerdote senza avvertire l’autorità ecclesiale (se un pm intercetta o indaga un uomo di chiesa deve avvertire immediatamente il Vaticano).
PER LA STAMPA:
- black-out sulle indagini. E’ vietato dare notizie su qualsiasi atto anche non segreto fino alla fine dell’udienza preliminare (l’effetto del divieto è evidente: fino al rinvio a giudizio, cioè al processo, sarà impossibile per gli organi di informazione mettere il lettore al corrente delle inchieste giudiziarie fino alla loro conclusione, tanto meno rendere conto delle intercettazioni, pena il carcere e ammende salatissime. Non si potrà scrivere su casi giudiziari scottanti come quelli che coinvolgono politici e pubblici funzionari disonesti;
- via le tv dal tribunale. Niente riprese durante i processi senza il consenso di tutte le parti Vietate anche le immagini dell’aula (il cittadino non potrà seguire in tv le fasi del dibattimento. In altri termini, il cittadino non verrà informato);
- la norma «D’Addario». Sono vietate registrazioni e riprese senza l’autorizzazione preventiva dell’interessato (Il riferimento al nome della escort che ha registrato gli imbarazzanti colloqui con il presidente del Consiglio, finiti sulle pagine dei giornali, è eloquente);
- il provvedimento «salva-Iene». Non è perseguibile il giornalista autore di registrazioni o riprese video all’insaputa dell’interessato (grazie ad un emendamento dell’opposizione, i giornalisti sono stati «salvati» dai rigori della «norma D’Addario». Per loro cade il divieto di «scippare» interviste e immagini. L’eccezione è finalizzata a garantire ai professionisti il diritto all’informazione sancito dall’articolo 21 della Costituzione).

Forse nemmeno il fascismo era arrivato a tanto: là dove non poté Mussolini, poté Berlusconi.



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venerdì 14 maggio 2010

LA LISTA, ANEMONE E I BERLUSCONI

Non saprei dire se la lista del costruttore Diego Anemone, indagato per i cantieri alla Maddalena del G8, è una lista di proscrizione, come vorrebbe farci credere l’impaurita maggioranza al governo, oppure è l’elenco ordinato dei “debitori” per grazie ricevute o, semplicemente, l’elenco ordinato dei lavori eseguiti dall’imprenditore del mattone. Io sono dell’idea che la lista sia un misto di elenco “debitori” e di elenco “committenti” regolarmente paganti.
Sarà la magistratura a dire l’ultima parola, quella che vale, nella speranza che non si scopra che anche una parte di essa è debitrice di Anemone come parrebbero essere molti politici, uomini di cultura, uomini di legge, dei servizi segreti e alti prelati.
Certo è che l’affaire sollevato dalla Procura della Repubblica di Perugia, al di là dei reati e della loro punibilità, è una cosa dura da digerire perché ha messo a nudo un sistema di relazioni e di governo degli affari assolutamente devastante: da una parte abbiamo un costruttore che, per mestiere cioè per soldi, fa l’asso-piglia-tutto e dall’altra una fila infinita di uomini dello stato che, anch’essi per mestiere cioè per soldi, non solo permettono ma addirittura offrono il loro potere per contravvenire alla legge e truffare lo stato e quindi i cittadini che dovrebbero governare e difendere.
Ora, ditemi quale differenza reale riscontrate tra tutto questo e cosa nostra siciliana o la ‘ndrangheta calabrese o la camorra campana o la sacra corona unita pugliese? Altro che tangentopoli, quello cui stiamo assistendo rivela una delinquenza peggiore di tutte le mafie perché perpetrata da chi si dichiara servitore dello stato, da chi vive ed è mantenuto dai cittadini. Anche le modalità e l’arroganza sono simili se non peggiori di quelle mafiose; omertà e violenza la caratteristica.
Volete qualche esempio? Siete presto e facilmente accontentati.
L’ex ministro Claudio Scajola ci dice, in sequenza, che lui non c’entra con la questione e che non si dimetterà mai e che vuole chiarire tutto davanti ai giudici, quindi si dimette dicendo a noi cretini che i 900.000 euro sono piovuti dal cielo a sua insaputa e che se trova questo delinquente di donatore anonimo lo impala e che, comunque, chiarirà tutto davanti ai giudici. È di queste ore la dichiarazione che dal giudice non ci va, non c’è nulla da chiarire. Fulgido esempio di trasparenza.
Il generale della Guardia di Finanza Francesco Pittorru prima dichiara di aver ricevuto da Anemone un prestito, quindi dice di averne documentazione, poi afferma che, guarda la coincidenza, i ladri gli hanno portato via i documenti (non i soldi, ma quei documenti) ma che il finanziatore può testimoniare la sua versione: ebbene il costruttore dichiara che a lui non risulta alcun prestito ergo, dico io, sono una regalia. A un generale della Finanza! A uno che dovrebbe essere un controllore della legalità!
Non dimentichiamoci però dell’amatissimo e agitatissimo Guido Bertolaso (quello della massaggiatrice Monica che, nella sua fantasia erotica, dovrebbe essere l’alter ego della più famosa e billclintoniana Monica Lewinsky) che durante un’incredibile e recente conferenza stampa afferma che lui ha avuto solo un rapporto d’affari con il costruttore, rapporto regolarmente fatturato. Peccato che i rapporti tra i due sembrino essere tre o quattro. Questo servitore dello Stato e membro del Governo della Repubblica ci ha mentito sapendo di mentire.
Non vi cito, poi, Sandro Bondi, perché il mio disgusto è tale che temo di travalicare i confini della decenza: mi limito a dire che il nostro poeta, Sandro Alighieri, ci dimostra la veridicità del motto carmina non dant panem.
Non posso concludere queste sintetiche riflessioni senza citare l’imbarazzato e incazzatissimo presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al quale tutte queste notizie fanno venire l’orchite, non perché scandalizzato, ci mancherebbe, dicono che lui ha fatto e fa di peggio, ma perché tutti questi (e sono centinaia) hanno fatto le cose male (perché si sono fatti beccare) e senza il suo permesso. Il papiminchia, ora, per tirarsi fuori dai guai, urla che chi ha rubato deve andarsene dal governo e dal partito ed è giusto che sia così. E io aggiungo che chiunque sia coinvolto in questa colossale truffa, sia di destra che di sinistra sia laico che chierico, deve essere messo alla gogna e deve pagare, con gli interessi usurai, il debito, in denaro e in onore, così contratto con la società civile.
Silvio, però, non può risolvere la questione offrendoci la testa di qualche suo smidollato e prono colonnello (solo perché non ha imparato bene dal capo) o correndo ai ripari con una tardiva legge anticorruzione (che, comunque, va fatta subito). Il problema, da quindici anni, è lui e solo lui: ne tragga finalmente le conseguenze, restituisca la libertà e l’onore agli italiani.


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martedì 11 maggio 2010

FUORI DALLA RETORICA – I 150 ANNI DI UNITA’ D’ITALIA (1)

Non voglio, oggi, parlare di questo governo che non governa e che fa solo i propri affari.
Non voglio parlare dell’appropriazione indebita di meriti governativi a riguardo dell’intesa raggiunta in Europa a seguito della crisi greca; non diamo retta agli sproloqui dei nostri governanti, basta chiedersi come mai, per chiudere la questione, il presidente Usa, Barack Obama, ha telefonato al presidente francese Nicolas Sarkozy e alla cancelliera tedesca Angela Merkel, ignorando il grande leader italiano Silvio Berlusconi.
Non voglio nemmeno parlare di Claudio Scajola che giura e spergiura, poveretto, di non sapere di aver ricevuto un piccolo presente di 900.000 euro per comprare casa e pretende che noi gli crediamo.
Non voglio parlare di Guido Bertolaso, iperattivo in tutto, negli affari come nei massaggi, che si accomuna, l’imbecille, a Bill Clinton, con un nome di donna, Monica.
E non voglio parlare del sommo vate e pio-uomo Sandro Bondi che si fa compatire, come suo solito, piagnucolando contro la partecipazione dell’opera di Sabina Guzzanti al festival di Cannes e declinando in un primo tempo l’invito a presenziare all’evento internazionale per accettarlo, poi, vista la reazione del mondo politico e culturale non solo italiano, con una meschina, ma a lui adeguata, giustificazione.
Lo schifo aumenta e stiamo per rimanerne soffocati.
Voglio invece iniziare a parlare, in libertà, delle manifestazioni per i 150° anniversario dell’unità d’Italia che culmineranno il 17 marzo 2011 e che vedono Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica, già in frenetica attività prima in Liguria, a Quarto, e ora in Sicilia, a Marsala sulle orme di Garibaldi.
Occorre una premessa: l’unità d’Italia è un fatto che ora c’è e che va rispettato e difeso contro ogni tentativo di smembramento o secessione, ma ciò che manca è la storia vera che ha portato all’unificazione del paese sotto i miserabili colori dei Savoia. La storia dell’unità d’Italia che noi studiamo, è una storia confezionata dalla massoneria e dalla borghesia, entrambe carnefici coscienti e immorali dell’identità e della vita delle popolazioni del sud.
Un libro, pubblicato di recente, prova una ricostruzione storica che fa accapponare la pelle. Il saggio è dello scrittore e giornalista Pino Aprile e s’intitola “TERRONI. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali”. Ve ne propongo un brano del primo capitolo. Nei prossimi post avrò occasione di approfondire l’argomento, come mio piccolo contributo alla verità contro la retorica dell’unificazione.



   Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.
   E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.
   Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).
   Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.
   E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile.
   Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila». Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire». E Garibaldi parlò di «cose da cloaca».
   Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantanamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.
   Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.
   Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.
   Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.
   Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.
   Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.
   E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.
   Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.
   Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).
   Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).
   E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).
   Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.
   Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como...


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venerdì 7 maggio 2010

L’ITALIETTA BERLUSCONIANA SECONDO MARIO MONICELLI

Ieri sera, ad Annozero, il regista novantacinquenne Mario Monicelli ci ha dispensato uno spaccato mozzafiato dell’Italia di oggi, dell’italietta di Silvio Berlusconi e dei vari Claudio Scajola che circondano il nano imparruccato. Un’Italia ridotta a una tragica farsa se non ci fosse in gioco la nostra libertà di esistere con la dignità di uomini. Ne trascrivo, il più fedelmente possibile, una parte e mi permetto solo un commento personale: ciò che ci dice Monicelli lo sento e lo faccio mio e ve lo propongo per aiutarci a passare dalla denuncia all’azione.


«… La verità è che “Io so’ io e voi nun siete un cazzo (dal film Il Marchese del Grillo) è uno che sa, che ha qualcosa da fare, qualcosa da dire. Il guaio è che qui non c’è governo… non c’è niente qui.
La verità è che l’Italia… gli Italiani non sono governati, non c’è democrazia, perché non c’è certo un governo del popolo, non c’è monarchia, non c’è aristocrazia, non c’è niente…
C’è gente che è soltanto accampata qui, a difendere i propri interessi, ad accumulare denaro, a difendersi dagli attacchi altrui, nessuno vuol governare…Il presidente del consiglio cosa fa? Passa da un dicastero all’altro, va in giro dicendo continuamente che tutto va bene, siamo a posto, noi siamo meglio degli altri…
Si deve mettere d’accordo con quelli della Lega, i quali sono occupati soltanto ad accaparrarsi, se possono, solo un pezzo dell’Italia che è ricca…
Tutto va allo sbando…
Oggi c’è stata una seduta importantissima alla Camera dove il Ministro dell’Economia spiegava la situazione della nostra economia… l’euro sta andando a capofitto.
Vogliamo sapere l’euro a che punto è, l’euro è quel che ci fa campare, che ci da gli stipendi, sta andando a precipizio...
L’Italia sta fallendo…
Il ministro stava a Montecitorio, a Montecitorio ci sono 600 deputati, ce n’erano 50, gli altri 550 che facevano? Stavano in giro per l’Italia, per il mondo, ad arraffare, ad accumulare quattrini, a portare i capitali all’estero, a salvare la famiglia, a salvarsi tra di loro…
Nessuno si occupa dell’Italia, di governare questo povero paese… ognuno fa i propri interessi… quando può, è soltanto una minoranza, perché chi non può farlo sta soltanto in attesa di sapere qual è la sorte…
...
Gli Italiani vorrebbero che ci fosse qualcuno… hanno sempre fatto questo, hanno sempre sperato che ci fosse qualcuno che si occupasse dei loro affari e li lasciasse tranquilli… l’uomo forte…
Lo hanno avuto per vent’anni… e quello li ha mandati alla rovina, alla guerra, stragi…
Ne volevano un altro, questo non è in grado nemmeno di far questo…
E’ in grado di fare gli affari suoi e tutti quelli che vanno con lui si fanno i propri affari…
E’ una barca che sta affondando, sta andando alla deriva questa povera penisola e tutti si occupano soltanto di salvare la propria pelle…
Questo è lo stato delle cose, questa è la situazione di questa penisola, questa è la verità, questo bisogna dire…»







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