martedì 6 luglio 2010

IL PRESIDENZIALE “GHE PENSI MI” FRAINTESO

Sarò prevenuto e il mio disgusto viscerale nei confronti del ducetto di Arcore forse mi annebbia la ragione ma l’attuale congiuntura politica in cui versa il nostro paese non mi convince e non mi commuove anzi mi irrita e mi spinge a pensieri e azioni non pacate.
Ciò che appare, che vogliono fare apparire, è che il “partito dell’amore” fa acqua da tutte le parti. Ipotesi troppo semplicistica; infatti, noi continuiamo a considerare il PDL un partito “tradizionale”, con una dialettica e una democrazia interna, mentre non lo è: sembra piuttosto essere, e così si comporta, una banda ciecamente asservita al suo capo assoluto, una proprietà privata del plurinquisito Silvio Berlusconi dove la democrazia non sta di casa.
Ci vogliono fare credere che il minacciato redde rationem del capo del Governo, “ghe pensi mi”, sia rivolto all’interno dello schieramento che lo sostiene e lo serve e noi, allocchi, rischiamo di crederci con il conseguente nostro stare alla finestra in attesa degli eventi (non sembrerebbe avere altra motivazione l’immobilismo colpevole dei partiti dell’opposizione, PD in testa) che, nella fantasia di alcuni, dovrebbero sfaldare il partito berlusconiano.
Stiamo facendo, in qualche modo e nostro malgrado, il gioco dell’astuto imbonitore che ci governa da tanti, troppi anni.
Certamente qualche voce fuori dal coro c’è nel partito presidenziale ma credere che il cavaliere si faccia impressionare è veramente troppo ingenuo: fate mente locale, avete forse registrato un dissenso nell’espressione del voto su leggi e leggine da parte della cosiddetta “fronda” finiana? Molte parole e pochi fatti.
Ciò che sta accadendo si situa perfettamente nella logica del padre-padrone che ha ben chiaro l’obiettivo da raggiungere in dispregio di uomini e cose non avendo, per lui, alcun significato le parole dignità, onestà, moralità, legalità e, ancora, coscienza, rimorso, senso dello stato, democrazia.
Aldo Brancher, l’inetto e indagato ministro del nulla, gli è servito per creare una cortina fumogena attorno a una manovra economica salva-potenti (la Confindustria dell’Emma Marcegaglia, sono giorni che brinda a champagne e pasteggia a caviale): lui l’ha creato e lui l’ha costretto alla cuccia. Come nei saldi: si aumenta ad arte il prezzo di listino e, quindi, si pratica lo sconto che sembra enorme mentre è, in realtà, insignificante. Conseguenze? La prima: l’incontro Governo-Regioni per la correzione della manovra non ci sarà (vedremo la reazione dell’arraffone-ciellino governatore della Lombardia Roberto Formigoni), come ci dice il ministro, pure lui inquisito, Raffaele Fitto. La seconda: il Governo porrà la fiducia sulla manovra economica, con buona pace di Pierluigi Bersani e Antonio di Pietro e qualche mal di pancia, ma solo di facciata, di Gianfranco Fini.
Il “ghe pensi mi” berlusconiano si rivolge quindi agli italiani e alle opposizioni esterne (e non alle “minoranze” interne) e non nasce dall’improvviso cambiamento di umore del cavaliere ma è progettato nei minimi particolari; non si spiegherebbe altrimenti l’attacco frontale dell’onorevole-avvocato (finora sempre perdente) Nicolò Ghedini al troppo mansueto Giorgio Napolitano o l’affondo demenziale del ministro dalla voce sottile Giulio Tremonti nei confronti delle Regioni del sud accusate di cialtroneria (da che pulpito viene la predica) o la posizione dell’altro ministro, Maurizio Sacconi, che accusa la FIOM-CGIL e i partiti dell’opposizione di “gufare” contro il piano industriale dell’americanissimo amministratore FIAT Sergio Marchionne (in questo modo abbiamo a chi dare la colpa di un eventuale disimpegno della Fiat in Italia).
L’unica nota ilare (da sbellicarsi dalle risa) è stata l’incontro, con annessi i preventivati battibecchi, che ha visto protagonisti il serioso presidente della Camera e il tenero ministro alla cultura Sandro Bondi: sarà un poeta, un rimatore di corte, ahinoi, ma resta un giullare.
Ciò che sta preparando il presidente del Consiglio non è, quindi, una exit strategy (come potrebbe, se esce dalla politica entra in galera!) bensì una più dura e più scoperta ed evidente occupazione del paese: la traduzione dal milanese all’italiano del “ghe pensi mi” è “schiavi, qui comando io”.
Dobbiamo affrancarci da questo indemoniato dittatorello di provincia dalle amicizie pericolose: il colonnello Muammar Gheddafi e l’ex KGB Vladimir Putin.





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